Thursday, 10 August 2017

Roma 4 agosto 2017

Sto scrivendo dalla modesta cameretta dell’albergo gestito dalle suore nel quale mi trovo. E’ piccola ma ha tutto quello che serve, compreso un piccolo bagno personale, un vero lusso. E se mi sporgo dalla mia finestra, appena un po’ di più di quel che sarebbe consentito, alla mia sinistra posso vedere un pezzetto di  una costruzione che va verso il cielo, rotondeggiante e bianca nel buio della sera, una cupola, la cupola di Michelangelo, la cupola per eccellenza.

Sono a due passi da San Pietro, dal Vaticano, da Roma, dal centro del mondo, dal centro di tutto, del mio viaggio, della mia fatica, il mio punto d’approdo e di arrivo. Sono qua. Stavolta ci sono arrivata. Posso sentire la stessa brezza che sente il papa, il ponentino che passa attraverso il colonnato, la frescura della sera che rinfresca la Cappella Sistina. Non esiste luogo più magico e importante per me stasera.

Sono a Roma.

Arrivarci non è stato facile.

Come ho già avuto modo di dire tante volte, Keyes è una persona davvero meravigliosa, in ogni senso, non solo per la sua storia personale che sembra un libro di storia dopo la seconda guerra mondiale, ma perché parla sempre di benevolenza, riconoscenza, affetto, comprensione, amore verso il prossimo, principi che lui mette in pratica in ogni gesto quotidiano. Secondo me ha visto talmente tanto orrori quando era un militare in Germania durante la Guerra Fredda o in Vietnam, che il suo animo mite ha deciso di conservare dentro di sé solo il buono delle persone e della vita. E ha deciso di trasmetterlo agli altri affinché nessuno veda più quello che ha visto lui.

Ma ha un difetto: non puoi lasciarlo cinque minuti da solo che attacca bottone con chiunque, di qualsiasi lingua o età, si mette a parlare per ore, raccontando la sua vita e ascoltando quella degli altri. Se questa persona ha poi uno zaino sulle spalle, ecco che diventa suo fratello o sorella. E’ successo così anche con me sulla salita di Radicofani; è stato lui il primo a parlare e cercare un dialogo. Una volta chi ho detto che se gli alieni invadessero la terra, visto che di sicuro invadono gli Stati Uniti, il suo governo dovrebbe mandare lui a fraternizzare con loro, e il mondo sarebbe salvo. 

Oggi però la situazione ci è sfuggita dalle mani.

La tappa ci doveva portare a Campagnano di Roma. Ancora due tappe poco impegnative e saremmo arrivati; eravamo contenti. Ma lungo il tragitto, il caldo eccezionale di questi giorni si è fatto sentire in tutta la sua brutalità. Non ce la facevamo ad andare avanti, ogni passo ci costava sempre di più nel caldo umido che si sentiva già dalla prima mattina. Persino Richard e Anita, che di solito vanno come un treno, faticavano lungo le salite al sole, cercavano del fresco che non si trovava, e non brontolavano se chiedevamo di fermarci un poco all’ombra di un unico alberello. Anche fare la pipì non era considerata più una sosta perché oggi eravamo piegati dal caldo.

Così siamo arrivato con quasi un’ora in più del previsto a tre quinti del tragitto, nel punto in cui avevamo deciso ci saremmo fermati per la colazione, un paesello sperduto del quale ho già dimenticato il nome. A quel punto Keyes ha detto che avrebbe preso l’corriera per Campagnano. Perfino Anita ha vacillato, poi ha deciso di continuare, ma io ho detto che i restanti 10 chilometri me li sarei fatta in corriera. Avevo i luccichii agli occhi, segno inequivocabile di pressione troppo bassa. In quel momento ho pensato che non aveva senso fare la martire e rischiare. Non avrei certo annullato tutto quello che avevo fatto per un po’ di autobus.

Così, mentre gli altri due sono partiti, io e Keyes siamo rimasti seduti al bar. Mente ero in bagno, lui ha fatto amicizia con Paolo ed Emma, due ragazzi che stavano facendo la Francigena. Avevano deciso di prendere la corriera perché lei aveva male alla caviglia e non voleva sforzarla. Avevano un faccino dolce e innocuo, invece sono stati la fonte dei nostri guai. 

Sembravano così sicuri di quello che facevano che ci siamo fidati e abbiamo preso la corriera con loro, poi dopo un po’, all'improvviso, ci hanno detto di scendere perché eravamo arrivati a destinazione. Non sapendo nulla di Campagnano ci siamo fidati. Loro si sono avviati verso un gruppo di case e noi siamo andati in tabaccheria per chiedere informazioni sul nostro alloggio perché non riuscivamo a localizzarlo con cellulare. 

Così abbiamo saputo che non solo non eravamo a Campagnano, ma nessuno sapeva come arrivarci a piedi, non eravamo sulla Francigena ed eravamo su una delle tante statali che dalla campagna arrivano a Roma. Praticamente nel mezzo del nulla.

Non sapendo cosa fare, abbiamo visto due poliziotti in lontananza che stavano facendo le multe con il Velox, così ho deciso di andare a chiedere a loro.

Mi sono resa conto mentre parlavo di non aver iniziato col piede giusto.
“Ma qua dove siamo?”
“Ma voi chi siete?”

Mentre Keyes stava fraternizzando con uno dei due e gli stava raccontando di Santiago, della Francigena e tutto il resto, l’altro poliziotto, capito il problema si è dato da fare per aiutarci. Gli automobilisti ci dovrebbero essere riconoscenti, perché li abbiamo tenuti impegnati per un bel po’. 

Praticamente è saltato fuori che se avessimo continuato sulla corriera nella quale eravamo, dopo alcune fermate avrebbe preso una deviazione da cui avremmo potuto raggiungere Campagnano a piedi in poco più di 5 km. Se invece fossimo rimasti sopra, saremmo andati in un punto da cui, in 15 km, avremmo potuto raggiungere La storta, la nostra tappa di domani. 

Li eravamo nel mezzo del nulla, senza possibilità di raggiungere uno dei due comuni a piedi, visto i pericoli sta della strada sulla quale ci trovavamo e la mancanza di strade secondare di collegamento. Non c’erano neanche mezzi pubblici perché sono paesini minuscoli, mal serviti perché la gente si sposta in macchina. Per raggiungere Campagnano avremmo dovuto prendere una corriera, fermarci in un punto, prenderne un’altra per Viterbo e da li prendere di nuovo il collegamento per Campagnano. “Noi c’eravamo due giorni fa a Viterbo!”

Il poliziotto ci ha anche detto “Se volete venire a Sutri…” “C’eravamo stamattina a Sutri!”

Quel poliziotto ha fatto davvero tutto il possibile per noi, ma eravamo bloccati lungo quella statale polverosa e trafficata, e dovevamo decidere cosa fare. Di Paolo ed Emma nessuna traccia. E io che mentre scendevo di corsa dalla corriera gli avevo detto “Meno male che ci avete avvisato…”

L’unica alternativa fattibile era andare a prendere l’ultima corriera della giornata, distante circa 7-8 chilometri,  per un punto da cui poter prendere il treno per Roma. A me è sembrata una disgrazia.

Dopo tutta quella fatica non poteva essere possibile che l’unico modo per uscire da quel buco fosse andare direttamente a Roma con qualche mezzo. Io volevo solo fare gli ultimi 10 km della mattina in corriera perché mi sentivo debole come mai, non saltare tutto quel tragitto.

Mi è venuto in mente l’anno scorso, quando mi ero dovuta fermare, la disperazione e la rabbia che avevo provato: non poteva essermi capitato anche quest’anno. Mi sarei messa a piangere, invece non ho potuto fare altro che incamminarmi verso la fermata, e anche in fretta perché avremmo rischiato di non prenderla se ci fossimo attardati ancora. Keyes cercava di consolarmi dicendo che forse era un segno del destino, che dovevamo prendere il buono di quell'esperienza, ma niente mi poteva sollevare il morale. Mi sono sentita in colpa per aver scelto la corriera invece che continuare, per non aver stretto i denti, anche a rischio di svenire o metterci il doppio degli altri.

Alla fermata Keyes ha fatto amicizia con un filippino che si è incaricato di portarci fino in stazione da cui prendere quel maledetto treno per Roma, che siamo riusciti a prendere solo perché in ritardo.

Appena ho visto il controllore, l’ho bloccato e gli ho chiesto informazioni. E’ saltato fuori che quel treno faceva altre fermate prima di quella verso il centro di Roma, di cui una solo a 15-18 km da San Pietro. A me non è sembrato vero.
“Ma siete sicuri!?!? Saranno 15-18 chilometri”
“ Esatto! Saranno tre ore di cammino” Finalmente una buona notizia dopo una simile giornata.
“Ma… voi… avete pagato il biglietto intero”
“Fa lo stesso. Andiamo a piedi”. Non stavamo più nella pelle dalla gioia.

Appena messo piede fuori dalla stazione abbiamo capito che era stata un’idea infelice. Il caldo straordinario di quel giorno, unito al caldo eccezionale dei giorni prima avevano talmente saturato l’aria che era diventata irrespirabile, sembrava davvero di soffocare. In quello stradone di quella brutta periferia romana, noi zigzagavamo per cercare un po’ d’ombra, un bar che non c’era, andando avanti a forza d’inerzia e disperazione. Eravamo nel pieno del mezzogiorno, ormai senz’acqua così abbiamo chiesto ad una signora affacciata alla finestra di darcene un po’. Ci abbiamo messo ben più di tre ore. 

Ad un certo punto la città ha cominciato a cambiare: i brutti casermoni hanno lasciato il posto a bei palazzi, piccoli giardini, fontanelle di cui Roma è ricchissima, poi frotte di turisti, negozi e bar. Quando finalmente ho visto questo muro, ho riconosciuto le mura vaticane e ho capito che eravamo quasi arrivati.

E poi, dopo una curva, in lontananza ho visto una serie di colonne inconfondibili: il colonnato del Bernini.

Crescendo e diventando matura ho compreso una cosa che da giovane sentivo in maniera confusa: l’importanza dell’arte. Non solo mi è sempre piaciuta e mi ha nutrito per tanto tempo, ma negli anni bui mi è stata di conforto, il mio salvagente e la mia mente si è immersa nella letteratura e nei libri 
per proteggersi. Durante il mio viaggio verso Roma, tante volte ho avuto modo di decantare la bellezza di luoghi, tramonti, boschi, o vedo persone incantarsi davanti agli spettacoli della natura o di animali. Io “capisco” che sono belli, ma non li sento. Mi dispiace ma è così. Loro sono muti e io sono sorda. Niente mi parla come l’arte. 

Avrei tanto voluto abitare in una città piena si storia per goderne ogni giorno, ma non mi è stato concesso. 

Non sono certo un’esperta e non ho visto tanti monumenti, ma mai niente e nessuno per me può eguagliare san Pietro e il suo splendido, unico colonnato. Ricordo quando ci sono stata con la Chiara piccola. Ci siamo arrivate di prima mattina, splendeva il sole sulla facciata e nella piazza semi deserta io vedevo la luce che si rifletteva sulle colonne, gli girava attorno, le abbracciava: era come un vortice di luce, grazia e bellezza pura. In quel momento ho avuto la sensazione fisica e palpabile, oltre che dell’abbraccio, di essere al centro del mondo, dell’universo o, come diceva una mia prof, della scaturigine del tutto. 

Non so dove sia Dio, mi dicono abiti qua, e posso capirne il perché.

Sono corsa verso il colonnato, cercando un varco tra le transenne per camminarci dentro e mentre guardavo l’eleganza delle forme, la semplicità delle linee, la purezza del biancore del marmo ho cominciato a piangere. All'ombra delle morbide colonne che non riuscivo a non accarezzare, io camminavo e piangevo, in silenzio, di gioia e ammirazione, gratitudine e felicità per la vita, i miei figli splendidi, per essere finalmente arrivata in quel luogo, per tutto quanto di bello e immenso c'è nella vita. 

Nulla è paragonabile alla maestosa bellezza di quella piazza che libera i sentimenti più intensi che tante volte tengo chiusi dentro di me.

Sarei voluta rimanere ancora per pochi istanti…pochi minuti…tutta la vita, ma il pellegrino sa che quando arriva ad una tappa, la prima cosa che vuole fare, ancora prima di bere o sedersi, è il timbro sulle credenziali.




Dopo l’immancabile foto in San Pietro, ancora vestiti da pellegrini, sorridenti e felici, ci siamo avviati alla ricerca di un alloggio per dormire, che ovviamente non avevamo prenotato il giorno prima. Così siamo andati a chiedere informazioni in un ufficio. Io sapevo di essere sudatissima e puzzolente per tutta la strada fatta durante la giornata, ma quando ho visto la signora allontanarsi da me per rispondermi, ho avuto chiara l’idea dello stato in cui fossi.

C’era un alloggio abbastanza vicino, un po’ più caro di quello che i pellegrini vorrebbero spendere, ma ormai erano le quattro del pomeriggio e non ce la sentivamo di andare in giro per Roma per cercarne un altro più economico, così ci siamo fermati.

Di solito, all'arrivo di una tappa, dopo una doccia ci si concede un po’ di meritato riposo, ma a Roma non si dorme. Alle quattro e mezza eravamo già pronti per andare in giro. Keyes è voluto andare fino al Circo Massimo e al Colosseo passando per il Gianicolo a piedi. Alle dieci di sera, quando siamo rientrati a San Pietro eravamo distrutti e il FitBit di Keyes, quell’aggeggio che tiene il conto dei passi che fai, segnava intorno a 50 chilometri fatti.

Ma non sentivo la stanchezza.

Almeno non tutta.


Domani ci attende San Pietro. 

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