Thursday, 10 August 2017

E poi…

Parlare della bellezza di Roma è come dire che l’acqua è bagnata. Una cosa inutile e scontata. 

Eppure ogni volta che la vedo non trovo le parole. Avrei voluto rivedere ancora la cappella Sistina, ma la coda era interminabile. Così siamo andati sulla cupola e la visone dall’alto di Roma e della Piazza è sempre da togliere il respiro.

Per pranzo ho mangiato le due pesche noci che mi erano avanzate da ieri mentre gironzolavo. Non volevo perdere del tempo in un bar, troppe le cose da vedere.

Keyes mi aveva lasciato perché doveva sistemare una faccenda col suo telefono che non funzionava. E’ stata una persona splendida e a cui auguro ogni bene. Diceva che anni prima aveva promesso a se stesso che ogni anno avrebbe fatto un pellegrinaggio per ringraziare Dio o il cielo di tutto quello che la vita gli aveva dato. Normalmente si fa per chiedere una grazia o per un voto: io faccio questo e tu mi dai quello, lui per dire grazie, e non di una cosa in particolare, di tutto, della vita, di suo figlio che gli sta vicino e di quella figlia che lo tiene in disparte. 
Anche in questa scelta Keyes è una persona speciale. Mi ha mandato un messaggio ricordandomi che la vita è un dono e ogni giornata va vissuta intensamente, come se fosse l’ultima. Mai recriminare o vedere il male della gente o del mondo. Al contrario, cercare il bene e questo sarebbe arrivato prima o poi. Dovrei fare come lui.

Adesso sono a casa, ho già lavato e messo via tutta la roba che ho usato, fatto le pulizie e tutto mi sembra lontano. La mattina mi alzo e guardo la tivù sul divano, faccio zapping fino a quando voglio, niente più sudore che cola dappertutto, caldo, dolore alla schiena per lo zaino pesante o alle gambe per il chilometri macinati. Niente sveglia alle cinque di mattina, partenza all’alba e la sera a letto con le galline, dormire in letti scomodi, camere minuscole, docce con acqua freddina. Niente più scomodità medioevali, se voglio andare da qualche parte prendo la macchina e in poco tempo sono a destinazione.

Richard e Anita dicevano che questi viaggi ti segnano. C’erano momenti in cui ero d’accodo anch’io, anche se in un altro senso. 

Pensavo che mai più in tutta la mia vita avrei sottoposto il mio fisico ad uno sforzo così massiccio, le mie gambe a una simile fatica e la mia schiena a portare tutto quel peso. Così come non avrei più dovuto sopportare il sudore, caldo, zanzare e mosche, gambe e braccia graffiate dai rovi o la pelle del mio viso che mostrava la fatica. Per non parlare dello spirito. Chi mi aveva costretto? Chi mi costringeva a farlo? Cosa volevo dimostrare, e a chi?

Chiara, Giacomo e Lorenzo mi hanno mandato i complimenti con faccine sul cellulare e incitamenti vari lungo il percorso. Lucio mi ha detto che ho dimostrato una volta in più la mia tenacia e mia madre mi ha detto che ho fatto bene a terminare quello che avevo iniziato.

L’ho fatto per loro? Per la loro approvazione e plauso? Per dimostrare la mia determinazione? Ne avevo bisogno?

Non lo so.

Oggi sono qua davanti al computer con solo tante domande.


Ma guardo le foto della Francigena e, lentamente, sorrido. 



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