Parlare della bellezza di Roma è come
dire che l’acqua è bagnata. Una cosa inutile e scontata.
Eppure ogni volta che la vedo non trovo le parole. Avrei voluto rivedere ancora la cappella Sistina, ma la coda era interminabile. Così siamo andati sulla cupola e la visone dall’alto di Roma e della Piazza è sempre da togliere il respiro.
Per pranzo ho mangiato le due pesche
noci che mi erano avanzate da ieri mentre gironzolavo. Non volevo perdere del
tempo in un bar, troppe le cose da vedere.
Keyes mi aveva lasciato perché doveva
sistemare una faccenda col suo telefono che non funzionava. E’ stata una
persona splendida e a cui auguro ogni bene. Diceva che anni prima aveva
promesso a se stesso che ogni anno avrebbe fatto un pellegrinaggio per
ringraziare Dio o il cielo di tutto quello che la vita gli aveva dato.
Normalmente si fa per chiedere una grazia o per un voto: io faccio questo e tu
mi dai quello, lui per dire grazie, e non di una cosa in particolare, di tutto,
della vita, di suo figlio che gli sta vicino e di quella figlia che lo tiene in
disparte.
Anche in questa scelta Keyes è una persona speciale. Mi ha mandato un
messaggio ricordandomi che la vita è un dono e ogni giornata va vissuta
intensamente, come se fosse l’ultima. Mai recriminare o vedere il male della
gente o del mondo. Al contrario, cercare il bene e questo sarebbe arrivato
prima o poi. Dovrei fare come lui.
Adesso sono a casa, ho già lavato e
messo via tutta la roba che ho usato, fatto le pulizie e tutto mi sembra lontano.
La mattina mi alzo e guardo la tivù sul divano, faccio zapping fino a quando
voglio, niente più sudore che cola dappertutto, caldo, dolore alla schiena per
lo zaino pesante o alle gambe per il chilometri macinati. Niente sveglia alle
cinque di mattina, partenza all’alba e la sera a letto con le galline, dormire
in letti scomodi, camere minuscole, docce con acqua freddina. Niente più
scomodità medioevali, se voglio andare da qualche parte prendo la macchina e in
poco tempo sono a destinazione.
Richard e Anita dicevano che questi viaggi
ti segnano. C’erano momenti in cui ero d’accodo anch’io, anche se in un altro
senso.
Pensavo che mai più in tutta la mia vita avrei sottoposto il mio fisico
ad uno sforzo così massiccio, le mie gambe a una simile fatica e la mia schiena
a portare tutto quel peso. Così come non avrei più dovuto sopportare il sudore,
caldo, zanzare e mosche, gambe e braccia graffiate dai rovi o la pelle del mio
viso che mostrava la fatica. Per non parlare dello spirito. Chi mi aveva
costretto? Chi mi costringeva a farlo? Cosa volevo dimostrare, e a chi?
Chiara, Giacomo e Lorenzo mi hanno
mandato i complimenti con faccine sul cellulare e incitamenti vari lungo il
percorso. Lucio mi ha detto che ho dimostrato una volta in più la mia tenacia e
mia madre mi ha detto che ho fatto bene a terminare quello che avevo iniziato.
L’ho fatto per loro? Per la loro
approvazione e plauso? Per dimostrare la mia determinazione? Ne avevo bisogno?
Non lo so.
Oggi sono qua davanti al computer con
solo tante domande.
Ma guardo le foto della Francigena e,
lentamente, sorrido.
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